-LA MASCHERA DI CRISTALLO-

è il romanzo che sto scrivendo (per dire, perché l’ho finito e ora sto stendendo l’ultima stesura). Questo è il prologo:

Fasiel avanzò nel lungo corridoio, il pugnale in mano e un mantello nero sulle spalle.
Correndo tra gli intersecati corridoi del palazzo, una rivelazione lo scosse, più vera che mai: era stata tutta colpa sua, ma rifiutava ad ammetterlo.
La mente dell’oscuro uomo era annebbiata da inquietanti immagini: ardenti incendi divampavano ovunque, tra grida di bambini, di donne, di tutti coloro che stavano morendo tra le arcane fiamme.
Come poteva aver scatenato quell’apocalisse? Come aveva potuto?
Continuò a correre, cercando di poter uscire da quel palazzo, ormai vuoto.
Era più di mezz’ora che cercava di uscir dall’edificio, prima che le fiamme colpissero anche quelle mura. O forse, magari, quella struttura sarebbe stata la sua tomba? Sarebbe stata la punizione per tutto ciò che aveva fatto? Sarebbe stato quello il suo destino? No, non poteva finir tutto così.
Mentre stava cercando di sorpassare la biblioteca, vasta e piena d’opere antichissime, risalenti alle origini della vita, e ai segreti dell’universo e dei mondi, un vecchio scaffale alto circa tre metri, cadde dopo un’esplosione, ostacolando la sua corsa.
Era troppo tardi: l’incendio stava consumando anche il palazzo, purtroppo.
Ostacolato dallo scaffale in fiamme, cercò un’altra via d’uscita.
Ovviamente, data la vastità della biblioteca, fu facile aggirare l’ostacolo e i libri sparsi sul pavimento, mentre il fuoco si espandeva.
L’unico problema, però, rimaneva il tempo. Doveva riuscire a capire dove fosse l’uscita.
Uscito dalla biblioteca, voltò di nuovo in un nuovo corridoio e poi, finalmente, fece un sospiro.
Davanti a lui si dipanava la chiave di tutto: dopo una scalinata di marmo, attraversata da un tappeto rosso, costruito in legno di quercia, torreggiava un imponente portone.
Era fatta.
Si apprestò a correre verso il portone, superando le scale in marmo, e uscì.

La sua meta era un tempio d’oro, Oruden, in Gandarso. Doveva nascondere l’oggetto responsabile di quel caos tra le sue colonne splendenti, e nascondere l’immane costruzione sotto barriere magiche impenetrabili, così da poter diventare invisibile e inconsistente davanti agli occhi d’improbabili persone.
Si, avrebbe fatto così, utilizzando i poteri magici in suo possesso per poter viaggiare attraverso lo spazio, e così arrivando al tempio in un batter d’occhio.
Ma perché non aveva agito così anche per poter andarsene dal palazzo? Perché la magia si annullava davanti alla potenza del fuoco, e alla paura provata dal mago. In ogni modo le regole della magia erano ancora sconosciute, e cambiavano da mago a mago.
Fasiel chiuse gli occhi e si concentrò sull’immagine del tempio, ricordando le sue scintillanti colonne.
Disse qualche parola incomprensibile, e sparì.
Il cupo cielo nascondeva i raggi del sole, quando Fasiel ricomparve in mezzo ad una radura, all’interno di una foresta.
Davanti a lui, in tutto il suo splendore, si ergeva il tempio d’oro. Era alto circa una dozzina di metri, e le colonne riflettevano un nuovo stile architettonico rispetto a tutti i templi fino allora costruiti. Nel loro insieme simboleggiavano la forza e la vita.
Il frontone, dorato e splendente, era pulito, senza né incisioni, né simboli.
All’interno, un’ombra particolare, creava strani effetti luminosi.
La scalinata, che precorreva all’entrata del tempio, era sempre dorata, e sembrava un peccato salirci sopra.
Fasiel, una volta superate le scale, entrò all’interno di Oruden, dove un lucernario permetteva l’illuminazione interna del tempio. Inutile dirlo, tutto ciò che faceva parte del tempio era d’oro.
In mezzo alla sala v’era una statua che rappresentava il dio del male, Dattèreo, soprannominato anche “il Diavolo”, “il Demone”, o “le Tre D”.
La statua era alta circa tre metri, e raffigurava un uomo vigile, incappucciato e seduto su un trono d’ossa.
Fasiel s’inginocchiò davanti alla statua, e cominciò a recitare una strana preghiera.
Sapeva che non sarebbe vissuto ancora per molto, e di aver appena sterminato in gran parte un popolo. Ma non poteva di certo finir così: il suo dominio era appena cominciato, dopo molteplici sforzi e conquiste. Si era dato tantissimo da fare per conquistare il comando dell’esercito per la Guerra di Hat-Sel, che aveva vinto. E da quel momento era cominciata la sua ascesa al potere. Aveva bisogno di una seconda possibilità. Lui era il migliore, e doveva dimostrarlo.
Era ancora in ginocchio, quando finì di recitare la preghiera a Dattèreo.
Un acre odore si diffuse nella stanza, e lentamente svanì la luce dal lucernario, poiché il cielo si stese annuvolando maggiormente.
Dopo circa un minuto, il buio aveva inghiottito ogni cosa.
“E così” disse una voce potente, grave, nonostante non si vedesse chi potesse aver appena aperto bocca.
“vuoi che io conservi il tuo spirito per l’eternità, impedendoti l’accesso all’oltretomba?” continuò la voce.
“si, vostra eternità” disse Fasiel, con i brividi.
“lo sai che prezzo dovrai pagare, vero?”
“si, lo immagino”
“l’Anima” proseguì la terrificante voce.
“Avrete la mia Anima, allora” rispose Fasiel, sperando che potesse cessare tutto da un momento all’altro. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe potuto arrivare ad una così brutta soluzione.
“E sia; non potrete più godere di alcun sentimento, ricordate: scordatevi l’amore, la gioia, la tristezza. Vivrete, ma non completamente. Una parte di voi rimarrà morta per sempre”
“certo” fu l’unica parola che riuscì a tirar fuori Fasiel,“prosegui”.
Il battito del suo cuore rallentò, mentre il sospiro fu completamente fermato. In un attimo tutto cambiò, prima che se ne potesse davvero rendere conto.
Chiuse gli occhi per un secondo, e quando li riaprì, tutto già era cessato. Il lucernario continuava a dar luce, e la statua era perfettamente ferma.
Un sadico sorriso gli rivestì il viso.
Si rialzò e pose l’arma a terra. Poi, impassibile come prima, corse via da Oruden.
Sceso dagli scalini, cominciò a rivestire il tempio di una protezione millenaria, che difficilmente sarebbe sbiadita attraverso i secoli, e poi scomparve dalla radura.

Ricomparve in una piazza di una città ormai rasa al suolo dalle conseguenze distruttive causate dall’uso improprio dell’arma.
Aveva bisogno di una pergamena: doveva creare una mappa che conducesse al tempio, se ne avesse avuto bisogno in futuro.
La città si chiamava Disexs. Lo sapeva perché era poco distante da Hat-Sel, il luogo della guerra che lo aveva impegnato, e al contempo la sua città natale.
Era giunta la notte, quando riuscì a scrivere diversi manoscritti sul tempio d’oro. E alla fine creò anche una mappa per trovarlo in futuro: aveva un piano ben delineato.
Avrebbe riposato in una grotta finché qualcuno non lo avesse scoperto. Allora avrebbe preso possesso del suo corpo e avrebbe ricominciato la scalata al potere.
In effetti, era un piano da pazzi, ma d’altronde quello era il risultato del pedaggio imposto da Dattèreo. E arcane erano le cose che poteva fare, in pieno possesso di poteri magici, e di uno spirito immortale.

Trovata la grotta, vicino al corso di un fiume, impose al suo corpo incantesimi orribili, finché l’arcano abbraccio del sonno millenario lo raggiunse, e lo cullò in attesa che qualche malcapitato giungesse nell’antro maledetto.

E questo accadde, dopo duemila anni, e provocò terribili conseguenze.